LA MORTE DELLE LINGUE
Puntualmente ad ogni inizio d'anno spunta sui giornali la notizia che anche nel 2015 altre lingue spariranno delle poche migliaia che ci sono rimaste e per un paio di settimane, presi dall'inquietudine, tutti ci cercheremo in bocca la nostra. Poi ce ne dimenticheremo, continueremo a vivere normalmente e di lingue morenti non si parlerà più fino alla prossima secca di notizie.
Eppure non c'è nulla di più falso della morte delle lingue, tanto che neanche gli scienziati ne hanno una definizione condivisa. Certi si basano sul numero dei parlanti, certi tengono conto anche della loro età, altri ancora definiscono morta una lingua che non è più capace di esprimere la modernità, come ad esempio succede ai dialetti.
Però ci sono dialetti dichiarati morenti che continuano a esistere contro ogni aspettativa e senza nessuna protezione, imbarcando e deformando le parole della lingua forte che li circonda. Eppure l'immaginario collettivo occidentale ha l'ossessione della morte delle lingue, come del resto di ogni tipo di morte. La lingua è un fenomeno naturale e come tutti ha un inizio, una crescita, una decadenza e una fine che però non è la sua scomparsa ma solo la sua trasformazione. Così una lingua che cessa di essere parlata solo apparentemente scompare. Perché in realtà si è già da tempo travasata in un'altra più forte che ha accanto e senza che lo si veda l'ha contaminata con le sue forme, con i suoi suoni, con la sua visione della realtà. A nessuno succederà mai di assistere alla morte della propria lingua come se fosse un caro parente che viene a mancarci, ma l'essere umano si ostina a voler dare alla lingua questa dimensione umanizzante, a immaginare che la lingua ha un'anima.
E qui sorge l'altro ineliminabile luogo comune che pretende una purezza delle lingue e diventa l'ideologia di chi vuole proteggerle da ogni contaminazione esterna. Una concezione suscitata dalle costruzioni nazionali che hanno chiuso le lingue dentro frontiere e fatto della grammatica il libro sacro di ogni patria. Posta al cuore dell'autorità sovrana, automaticamente la lingua fa dell'incomprensibile il nemico numero uno. Per questo abbiamo tanta paura di perdere la lingua. Perché la identifichiamo con noi stessi, con il nostro vivere in società. Ma questo è un principio pericoloso. Basta leggere i libri di storia per constatare la devastazione che ha portato all'Europa e al mondo il perseguimento della purezza linguistica e razziale.
Il grande problema è che l'europeo ha una visione cristiana della storia, lineare come lo sviluppo appunto di una narrazione che va da un peggio verso un meglio in una prospettiva di progresso, finalità della storia stessa. Con l'aggravante che siccome abbiamo l'illusione di poter controllare la lingua, di possederla in quanto popoli depositari di ognuna, pretendiamo di garantirle l'immortalità dalla quale noi stessi siamo esclusi. Immaginiamo di proteggerla chiudendola in riserve o imponendole proibizioni e tutele che non hanno mai funzionato.
Testo adattato da Diego Marani. Treccani.it [on line] (9 gennaio 2015)
http://www.treccani.it/magazine
secca: Scarsità d'acqua.
imbarcare: Incorporare.