LE RESPONSABILITÀ DELL’ISLAM E LE NOSTRE
Se c’è una finalità che accomuna i terroristi di tutte le cause, politiche o religiose, è quella di produrre reazioni emotive e violente al termine delle quali non c’è più distinzione fra loro e le società da loro prese come obbiettivo. Vorremmo poter dire che questo non succederà, che la democrazia non si farà assimilare agli intolleranti e ai violenti. Oggi, però, in Europa sentiamo parlare di misure che non sono anti-terroriste ma piuttosto anti-musulmane e anti-immigrati, di espulsioni in massa e persino di ristabilimento della pena di morte.
Ma non si tratta solo del pericolo di una deriva autoritaria ed intollerante. Quello che è accaduto a Parigi ci obbliga anche a riflettere su alcuni aspetti della nostra società. In primo luogo, la libertà di stampa e le sue possibili contraddizioni con il rispetto di quello che dai credenti è considerato sacro ed intoccabile. Qui sembra subito importante fare chiarezza su una distinzione irrinunciabile. Possiamo criticare come politicamente irresponsabile, moralmente ambiguo e anche esteticamente volgare la satira e la critica ad una fede religiosa, ma non tutto quello che è inopportuno o criticabile dovrebbe essere considerato proibito o illegale. Il limite giuridico può essere solo quello del codice penale (ingiuria, diffamazione) — una tutela, va aggiunto, che non si deve riferire solo alla religione ma deve proteggere ogni tipo di valore individuale o di gruppo. Un’etica della responsabilità dovrebbe poi imporre a tutti di esaminare i propri comportamenti alla luce delle loro prevedibili conseguenze. Sarebbe comunque devastante per una convivenza basata sulla libertà e il dialogo concedere a ciascuno il diritto di definire quello che costituisce un’offesa intollerabile.
Le responsabilità dell’Occidente sono pesanti e innegabili: prima il colonialismo, con l’umiliazione di una grande civiltà; poi il prolungato appoggio a dittatori, seguito più recentemente da interventi militari che hanno smantellato gli Stati che si pretendeva di liberare, generando anarchia e frammentazione politico-territoriale; infine, l’integrazione solo apparente di comunità di vecchia e nuova immigrazione, in realtà discriminate e ghettizzate economicamente e socialmente. Questo dovremmo riconoscerlo noi, come primo passo nella ricerca di una politica più rispettosa, più solidale e soprattutto più sensata.
Ma il compito spetta anche agli islamici. Nel momento in cui noi non accettiamo l’«islamofobia» e l’attacco a un’intera comunità religiosa, arbitrariamente inclusa nella categoria della violenza terrorista, non possiamo non auspicare che dall’interno stesso di quella comunità vengano non solo una riflessione autocritica (alla quale purtroppo viene spesso sostituita la denuncia delle responsabilità altrui), ma anche condanne non ambigue della violenza. C’è chi ritiene inaccettabile pretendere una presa di distanza dalle azioni dei violenti da parte di chi non ha nessun rapporto con loro. Eppure è importante ed è necessario, come lo fu la condanna, e non solo la presa di distanza, dei comunisti italiani rispetto alle Brigate rosse.
C’è molto lavoro da fare. Per noi e per loro. Ciascuno deve avere il coraggio di partire dal riconoscimento delle proprie responsabilità. Solo così sarà finalmente possibile, pure nel rispetto di tutte le differenze, religiose e non, abolire la stessa contrapposizione fra «noi» e «loro».
Testo adattato da Roberto Toscano. La Stampa [on line] (11 gennaio 2015)
http://www.lastampa.it
stampa: premsa / prensa.
ghettizzare: Isolare e mettere in sospetto.
auspicare: Avere la fiducia o il desiderio che succeda qualcosa.
Brigate rosse: Organizzazione terrorista italiana di estrema sinistra.