SIBILLA ALERAMO: LA MIA FANCIULLEZZA
La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla brillare di nuovo dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch'io ero a sei, a dieci anni, ma come se l'avessi sognata. Un sogno bello, che il minimo richiamo della realtà presente può far dissipare. Una musica, forse anche: un'armonia delicata e vibrante, e una luce che l'avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.
Per tanto tempo, nell'epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, con gli occhi meno ansiosi, distinguo anche nei miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sì, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza — mi si diceva — e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai ai miei desideri. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente.
L'amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un'adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. E sempre io ero disposta a credere che mio padre avesse ragione più di lei.
Ciò anche quando egli prorompeva in una di quelle crisi di collera che ci facevano tremar tutti e mi precipitavano in uno stato d'angoscia, rapido, ma indicibile.
Come il babbo, anche mia madre cedeva talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un singhiozzo troppo a lungo frenato… Io avevo la sensazione che lo sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente con la sua natura dolce; si esteriorizzavano come un accesso spasmodico di cui lei stessa aveva coscienza, nell'atto, e rimorso.
Il babbo dirigeva i miei studi e le mie letture, senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profondo rispetto. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d'avere un privilegio. Sin dalle prime classi, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m'ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d'operai su cui pesava la fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull'uscio la targhetta lucente dove il nome di mio padre era preceduto da un titolo.
Testo adattato da Sibilla Aleramo. Una donna. Firenze: R. Bemporad & Figlio, 1921 fanciullezza: Periodo compreso tra l'infanzia e l'adolescenza.
gagliardo: Pieno di forza e vitalità.
singhiozzo: sanglot / sollozo.
refezione: Uno dei diversi pasti che si fanno al giorno, soprattutto se si tratta di alimenti semplici e consumati in comune.