IL MITO DELLO STRANIERO CHE CI RUBA IL LAVORO
Un paese che importa braccia ed esporta cervelli, capace di attirare soprattutto lavoratori non qualificati, preferibilmente con un basso titolo di studio. E dove anche l'immigrato che trova un impiego viene spesso etichettato come ladro di posti altrui. La gestione dell'immigrazione in Italia è uno dei temi più sentiti dall'opinione pubblica: ma come funziona davvero il mercato del lavoro per i migranti in Italia e in Europa? Eccone una radiografia. Senza ricadere negli slogan populisti.
Andare a vivere in uno stato diverso rispetto a quello dove si è nati aumenta la possibilità di finire nelle fasce più povere della popolazione. Una prima causa possono essere «problemi di discriminazione», commenta Maurizio Ambrosini, sociologo italiano noto per i suoi studi sulle migrazioni e docente di processi e politiche migratorie all'Università Statale di Milano, mostrando le ricerche portate avanti dall'Organizzazione internazionale del lavoro di Ginevra. Avendo in mano inserzioni di lavoro di diversi stati europei, sono state studiate le risposte ricevute da due giovani con stessa età e genere ma con firme che mostrano un cognome nativo nel primo caso e straniero nel secondo. «Il giovane nativo ha ricevuto molte più proposte di colloquio», continua l'esperto di migrazione.
L'esperimento è stato testato anche da un team tedesco nel 2011, e ha mostrato come in Germania un CV con un cognome tedesco aumenti del 29 per cento le chance di ottenere risposta rispetto a quello di un candidato con un cognome appartenente all'ampia minoranza turca. Insomma, un'Europa in cui il peso di un nome è più forte rispetto alla formazione del candidato, con immigrati più istruiti dei colleghi nativi o occupati in posizioni inferiori rispetto al loro livello di istruzione.
In Francia, Germania, Italia e Spagna avere un più alto livello di educazione permette sia ai nativi che agli stranieri di trovare più facilmente lavoro ma con un tasso alto per i primi e decisamente ridotto per i secondi. Il risultato è che per avere le stesse chance dei nativi di ottenere un'occupazione, gli immigrati devono avere un livello di educazione assai più alto. In Italia, però, la cosa è leggermente diversa. Il Belpaese è l'unico dei quattro stati analizzati dove gli stranieri con una bassa educazione hanno una percentuale di occupazione maggiore rispetto agli italiani con lo stesso livello educativo.
«Una famiglia italiana che ha portato il figlio fino al diploma non lo manderebbe mai a lavorare in un'impresa di pulizie. Gli immigrati accettano lavori che i giovani italiani, spesso figli unici e iscritti all'università, non vogliono più fare». Prova ne è che durante la crisi economica, stando all'Istat, l'occupazione dei migranti è aumentata in termini assoluti di 850 mila unità, tanto che oggi è straniero un occupato regolare su dieci. Gli immigrati che in sud Europa trovano un impiego devono quindi accontentarsi di cattivi lavori, «motivo di frustrazione e delusione per i più istruiti».
Il procedimento di selezione avviene direttamente nei paesi di origine. «In una famiglia filippina, per esempio, la figlia che ha studiato scienze infermieristiche cercherà un posto in Stati Uniti, Australia o Regno Unito, non in Italia o in Spagna», continua Ambrosini.
L'Italia attrae stranieri poco qualificati perché è «la terra dei lavori modesti per gli immigrati», dall'industria edile all'occupazione domestica e assistenziale. «Non abbiamo un grande bisogno di immigrazione qualificata visto che il nostro mercato del lavoro si allarga verso il basso, offrendo pochi posti qualificati anche alle persone native, mentre sono ben più numerose le posizioni aperte in agricoltura, turismo e ristorazione».
Testo adattato da Elisa Murgese. L'Espresso [on line] (19 dicembre 2016)
inserzione: Annuncio, avviso pubblicato su un giornale.
CV: Curriculum vitae.
chance: Possibilità.
Istat: Istituto nazionale di statistica.