LA FRETTA È AMICA DELLE NOTIZIE FALSE
Già da qualche tempo sto cercando di trovare le parole per definire una condizione nella quale mi trovo spesso e della quale vedo i segni anche in altre persone. Non si tratta di «essere distratti» ma neanche di «non essere distratti». Tendiamo a pensare alla distrazione come a una condizione assoluta: o siamo del tutto concentrati su qualcosa, oppure ancora una volta siamo distratti.
Si tratta piuttosto di un calo dell'attenzione, che non ci impedisce di rimanere, almeno in teoria, concentrati su quello che stiamo facendo (l'etichetta che ci si avvicina di più è forse «attenzione parziale continua»).
Uno dei sintomi chiave è quello che posso descrivere come un'impazienza nei confronti dei propri processi cognitivi, un'incapacità a seguire i propri pensieri fino alla fine. E sto cominciando a chiedermi se questa non sia la causa di varie situazioni difficili in cui ci troviamo.
Il mio sospetto è stato confermato da un nuovo studio sul perché le persone condividono le false notizie on line.
Secondo le due teorie più accreditate, o quelli che lo fanno non sono particolarmente acuti (credono veramente che quelle notizie siano vere) oppure sono dei cinici cretini impegnati a diffamare l'opposizione (e non gli importa se le storie non sono vere).
Ma lo psicologo canadese Gordon Pennycook e i suoi colleghi hanno dimostrato che la maggior parte delle persone che tendono a condividere notizie false sono convinte dell'importanza di diffondere solo quelle vere, e sono in grado di capire quali sono del tutto inventate. È solo che si lasciano trascinare — tra le altre cose dalla frenesia di condividere quello che stanno leggendo — prima di aver avuto il tempo necessario per riflettere sulla loro veridicità.
Quando gli è stato chiesto di riflettere sulla veridicità di un titolo fasullo di giornale, era molto meno probabile che i partecipanti lo condividessero. Bastava quel semplice intervento per farli soffermare sui loro stessi processi mentali abbastanza a lungo per capire che la notizia era sospetta.
Mi chiedo se questo non spieghi in parte la deprimente tendenza dei protagonisti del dibattito politico attuale a pensare che i loro avversari agiscano in malafede, e che invece di credere a quello che sostengono di credere, segretamente siano semplicemente malvagi. Dopotutto, quante probabilità ci sono veramente che il politico conservatore medio «odi i poveri», in senso letterale e cosciente? O che le persone che non sono d'accordo con noi su come curare la disforia di genere infantile segretamente gioiscano nel veder soffrire i bambini? Basta riflettere qualche secondo per capire che sono tutte ipotesi improbabili. Eppure le ho lette tutte, più o meno spesso, on line. E non sono di sicuro un buon punto di partenza per far cambiare idea a qualcuno.
Forse un giorno inventeranno un accessorio per lo smartphone che ci prende letteralmente per la collottola ogni volta che stiamo per ritwittare qualcosa e ci grida: «Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?».
In attesa di questo, prima di cercare di convincere gli altri delle nostre idee, forse vale la pena soffermarsi un minuto a riflettere e decidere se ci crediamo veramente.
Testo adattato da Oliver BURKEMAN. Internazionale.it [on line] (11 febbraio 2020)
calo: Diminuzione, caduta.
condividere: Fare partecipi agli altri delle proprie idee, stati d'animo e simili.
fasullo: Contraffatto, falso.
agire: Comportarsi, operare.
disforia di genere: La disforia di genere è il malessere di un individuo che non si riconosce nel proprio sesso o nel genere che gli è stato assegnato alla nascita.
collottola: Parte posteriore del capo, nuca.