DIPENDE DA NOI CHE IL PATRIMONIO RESTI UNA CULTURA VIVENTE
Il patrimonio culturale è diventato per noi qualcosa che appartiene definitivamente al passato? Così potrebbe pensarsi se a una «cultura del patrimonio» viene opposta una «cultura digitale» che sarebbe più giovane, più moderna, socialmente più aperta e anche più seducente. Questo punto di vista fa dipendere l'uso del termine cultura dalla tipologia dei suoi fruitori: è così che la «pratica» del digitale diventa «cultura digitale». Ma resta da risolvere la questione dello statuto della «cultura del patrimonio», si tratti di letteratura, di arte, di teatro, di opera… È venuto dunque il momento, senza alcun criterio nostalgico, senza alcuna tentazione declinista, di interrogarsi sul ruolo che noi vogliamo o non vogliamo concedergli. Perché dipende solo da noi se il patrimonio resta cultura viva.
In effetti, rassegnarsi a considerare il patrimonio come qualcosa appartenente a un passato irrigidito e immobile significa fraintenderne il concetto stesso e mutilarlo pesantemente. L'emozione suscitata a livello mondiale dall'incendio di Notre-Dame ha mostrato anche di recente l'intensità del carico affettivo e simbolico legato al patrimonio. Nella misura in cui il passato è ciò che noi decidiamo che sia, ciò che noi ne facciamo, ciò in cui noi ci riconosciamo, il patrimonio si ricostruisce in funzione delle domande che noi poniamo, delle decisioni che prendiamo nel mondo contemporaneo. L'ambito del patrimonio si sviluppa in parallelo con i mutamenti della storia. Per esempio, si può citare, negli anni Settanta, segnati dalla deindustrializzazione, la creazione della nozione di «patrimonio industriale», e sottolineare come quest'ultimo abbia rappresentato un mezzo nello sviluppo di territori in difficoltà, come le zone minerarie del Nord della Francia o la Ruhr in Germania. Inoltre, non bisognerebbe confondere patrimonio culturale e cultura «antiquaria». Non si tratta semplicemente di conservare, studiare e gestire degli oggetti, eredità di tempi passati e dunque in parte privati dell'energia della vita, ma piuttosto di far emergere come le opere, in quanto sedimenti di esperienza, ci aiutino a costruire il nostro oggi. In questo tempo di pandemia, l'entusiasmo internazionale registrato per La peste di Camus oppure le letture del Decameron di Boccaccio ne sono testimonianza.
Che le opere siano legate al loro momento storico non limita affatto la loro traducibilità in un tempo che non è quello che le ha viste nascere. È in questo che consiste la ricchezza del «repertorio» nel teatro, nel balletto, nell'opera, e in quelli che definiamo i «classici» in letteratura; il repertorio è aperto, una riserva creatrice, vivificata dal rinnovarsi delle interpretazioni. Il patrimonio così inteso è una scuola di libertà, essenziale per la costruzione del giudizio, di cui abbiamo bisogno. L'educazione artistica assume allora il suo senso completo, ben al di là di un accumulo di conoscenze. Resta ovviamente come un'urgenza il problema dell'accesso al patrimonio culturale, rispetto al quale lo strumento digitale ha la sua efficacia. Ma non è considerando il patrimonio come un vago ricordo di infanzia o un rifugio interiore che si risolverà il problema. Al contrario. È dunque necessario superare una frammentazione della nozione di cultura che risulta sempre sfavorevole al patrimonio, sia di fronte al digitale sia di fronte a nuove creazioni.
Testo adattato da Sébastien ALLARD e Danièle COHN. Treccani.it [on line] (20 gennaio 2021)
fruitore: Destinatario, pubblico, consumatore.
declinista: Atteggiamento critico di chi mette in risalto le tendenze al declino, alla decadenza.
fraintendere: Interpretare in modo sbagliato, erroneo.
affatto: Per niente, assolutamente no.